Uno sguardo oltre il Pincio

da | 21 Giu 2021 | Sguardi

Davanti a me è sempre presente una chiesa che preferisco al paesaggio, a cui invece do le spalle; è traballante come fosse un vecchio millenario e come questo sta ferma, perché se facesse un solo altro passo, la trama di travi di legno che la sorregge alla vita cederebbe, lasciando il vecchio cadere in un rimbombo tragico, e se posso permettermi, buffo, al quale non sopravvivrebbe; come anche le auto che vi parcheggiano intorno, come me che sto qui sotto – buffo, per questo.

Ogni giorno, come ogni giorno, volto le spalle al paesaggio perché non è qualcosa di umano, anche se l’umanità vi brulica ovunque lungo le strade incasellate ai pendii delle mie colline, e per farvi comprendere meglio, non è qualcosa di umano, il paesaggio, anche se vi brulichiamo, proprio come un vaso non è qualcosa di floreale – o sí? – solo perché vi pullulano dei fiori – per gli umanisti, sí, perché per loro le vette e gli abissi che il piede o il pensiero umano raggiungono, diventano proprietà degli uomini; per me, no.

Invece questa vecchia ciabatta di chiesa, nella quale è impossibile entrare, mi affascina, perché anche in me è impossibile entrare, e ogni giorno vengo designato ad aggiungerle col pensiero una trave, per sorreggere il vecchio millenario, il quale almeno, a differenza di tutti gli altri noi che brulichiamo qui sotto, ha qualche trave a sorreggerlo dal peso del cielo. Infatti, al di là da quello che questa dissertazione assurda, assurda a causa mia, possa finora aver suscitato in voi, questa chiesa che da ora in poi perderà l’accostamento al vecchio, perché esso ha stufato anche me, non è che un po’ di storia viva, sedimentatasi duramente e col favore del caso per mille anni; un qualcosa di cui è concesso solo l’esterno inviolabile, per via delle travi-come-tronchi davanti al portàle, travi fissate, quasi certamente, da pochi uomini designati dal comune, mentre per aggiungervi le travi del pensiero, io mi sono impunemente designato da solo, dopo aver vinto un bando del pensiero indetto da me stesso.

La chiesetta che racchiude ma non cade prima o poi comunque verrà abbattuta dal cielo, ma nonostante questo mi affascina, e non per un valore ulteriore, che la storia non ha, ma per questo nostro buffo farne un monumento che sembra di sfregio ad un cielo che intanto, intorno, scendendo lungo le nostre spiraleggianti strade abitate, abbatte tutto il resto, mentre il resto brulica e mentre qualcuno dei nel-resto aggiunge travi come sa, e come può, a ciò che di umano e inviolabile persiste all’immensità celeste, e poi oltre oscura, del tempo.

Franck Lefleur

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