Spelacchio

da | 8 Dic 2020 | Sguardi

Quando ero piccolo avevo un piccolo albero di Natale spelacchiato, di plastica, con appese non troppe palline, tutte diverse, mentre alcuni miei amici avevano grandi alberi opulenti di sfere luccicanti, tutte simili. E molti di loro, nonostante questo, cambiavano ogni tanto tutte le decorazioni e, un po’ più raramente, anche gli alberi.

L’anno scorso andai all’Ikea con le mie sorelle, convinto che fosse giunta l’ora di comprare un nuovo alberello, sempre di plastica ma più rigoglioso, per quanto la plastica possa dar vita a qualcosa di rigoglioso.

Appena varcata la soglia di quel grosso magazzino del nuovo-quindi-bello, già di primo acchito rinunciai all’albero – Spelacchio aveva un nome e non si abbandona qualcosa che abbia un nome -, convincendomi di comprargli solo nuove sfere natalizie. Passai un’ora a scegliere gli addobbi più belli, e li scelsi. Ma qualcosa non andava. Alla cassa lasciai le nuove decorazioni ed uscii senza acquistare nulla.

Tornato a casa, mi recai in soffitta, prelevai Spelacchio e lo addobbai come facevo ormai da vent’anni e come, prima di me, avevano fatto le mie sorelle. Ogni pallina era unica, e questo l’ho già detto: alcune erano in tessuto, altre intessute di trame natalizie, come pupazzi di neve e casette innevate, altre ancora erano rosse e zigrinate d’oro, altre vitree e dei colori della notte; ma le mie preferite erano quelle a forma di mele rosse o pesche gialle, ornate d’un lato da guizzanti foglioline verdi.

Sulla punta un puntale purpureo e tutt’intorno l’avvolgevano bufere di perline bianche.

Guardai l’albero e capii che ognuna di quelle palline nascondeva un ricordo diverso dei natali passati. Ricordavo, in esse, quando da piccolo provavo a sistemarle cercando di far assumere loro una composizione, quanto più, simile a quella degli alberi più costosi che avevo visto nelle altre case, ricordavo il sorriso di mamma mentre mi aiutava ad appenderle, nonno e nonna davanti al camino, le mie sorelle sorridenti vestite a festa che imbandivano la tavola della Vigilia, financo i regali che babbo – forse Natale, dato che inizia ad assomigliargli – posava sotto Spelacchio nella notte, mentre la casa riposava nella neve.

In quel momento rivelatore, ognuna di quelle vecchie decorazioni assunse un valore inestimabile, e ora, quest’anno, poco prima dell’epifania, che sarà l’ennesimo principio di un altro lungo letargo polveroso per Spelacchio, ci scrivo su due righe, per trasmettervi come gli oggetti non vadano mai sostituiti quando sono ancora funzionanti o funzionali, e non per calcare l’onda di una seppur onorevole crociata ecologista, ma per ammettere che nel nuovo non c’è che il miraggio di una sterile novità luccicante, mentre nel vecchio dimorano ricordi flebili appesi a un gancetto sottile sul vuoto della dimenticanza, proprio come una casa calda e luminosa dimora innevata nel bianco crudele inverno, che tutto annienta.

Franck Lefleur – 06/01/2020

Rara foto di Spelacchio

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